IMMAGINARE LA PACE – tra utopie e distopie

 “Imagine all the people living life in peace”

Così hanno cantato Noa e Mira Awad martedì 11 febbraio sul palco del Festival di Sanremo,  in un momento che ha assunto un forte valore simbolico, considerando la scelta dichiarata del direttore artistico Carlo Conti di evitare riferimenti politici nei testi in gara: “Nessun testo riguardo immigrazione o guerra”, aveva precisato in conferenza stampa. La domanda che sorge spontanea è dunque la seguente: è ancora possibile parlare di guerra attraverso l’arte? Sicuramente, alla 75ª edizione del Festival della canzone italiana, con ascolti in mondovisione, è difficile farlo. Al contrario, molti testi hanno esaltato il concetto di pace. Tuttavia, per alcuni, questo messaggio ha lasciato un senso di vuoto.

Ma proviamo ad immaginare, insieme, che si possa parlare di pace senza dover necessariamente parlare di guerra.

Immaginiamo che l’obiettivo del duetto tra le due cantanti, voluto dal direttore artistico, volesse appunto essere un momento di incontro  tra le due parti offese. 

Un dettaglio interessante: Mira Awad, figlia di padre arabo-cristiano e madre bulgara, con cittadinanza israeliana, ha rappresentato Israele all’Eurovision Song Contest nel 2009. Noa, invece, ha radici yemenite ed è cresciuta tra Israele e gli Stati Uniti. Due storie differenti, ma unite dalla musica.

Pace. Proviamo a pensare che significato le potremmo attribuire. Alcuni la vedono come armonia tra i popoli, nel rispetto del diritto all’autodeterminazione; altri come un silenzio che rischia di lasciare irrisolte le questioni più

complesse. Prima del 7 ottobre 2023, il conflitto in Medio Oriente era meno presente nel dibattito pubblico, mentre oggi se ne parla con urgenza. La pace non è solo assenza di guerra, ma anche equilibrio tra poteri, accesso alle risorse e riconoscimento reciproco.

Mentre il Festival va in scena, la situazione internazionale resta tesa: il rilascio degli ostaggi, le dichiarazioni dei leader politici e le dinamiche geopolitiche continuano a influenzare il presente. Anche il ruolo della comunità internazionale, tra decisioni economiche e scelte diplomatiche, contribuisce a delineare scenari complessi.

Immaginiamo, quindi, che mentre cantiamo di pace, questa risulti ad oggi realizzabile. Nelle stesse ore in cui seguiamo la kermesse sanremese, la tregua è  in bilico: il commando di Hamas che ha annunciato il rinvio del rilascio degli ostaggi fino a quando Israele non adempirà ai suoi obblighi, ha portato all’ultimatum del leader Netanyahu, il quale promette “intensi combattimenti” se la restituzione degli ostaggi non avverrà entro sabato, e alla dichiarazione del ministro della Difesa Katz, che avrebbe ordinato all’Idf (ndr Israel Defense Forces) di prepararsi a qualsiasi scenario a Gaza.

Immaginiamo di non aver assistito alle asserzioni del presidente americano Donald Trump circa il progetto, come da lui definito,  di “prendere il controllo” su Gaza per sviluppare l’economia devastata dalla guerra, trasferendo gli abitanti della Striscia “altrove”. 

Immaginiamo, infine,  che questo non sia stato seguito dal taglio dei fondi all’Unrwa. 

Proviamo ad immaginare tutto questo,  e capiremo perché l’esibizione di Noa e Mira Awad ha suscitato riflessioni contrastanti. L’arte ha sempre avuto il potere di stimolare il pensiero critico e di aprire spazi di dialogo. Anche un palco come quello di Sanremo può essere un luogo di confronto e approfondimento. Forse, quando smetteremo solo di immaginare e inizieremo a leggere, ascoltare, discutere e agire, allora cantare di pace sarà un atto di vera speranza e consapevolezza.

A cura di Giulia Bolognese 

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